Bicchiere da schnapps, parte di un servizio di cristallo modellato e inciso a filigrana, prodotto dalla manifattura francese Saint-Louis/Baccarat attorno al 1900.
Ogni bicchiere misura circa 9,8 cm di altezza x 6,5 cm di diametro e presenta una decorazione, a motivi arabescati e floreali.
Sulla base della tradizione familiare e delle evidenze documentali il bicchiere faceva parte del servizio appartenuto al Feldmaresciallo Erwin Rommel, «la Volpe del deserto», (1891–1944), morto suicida, per il sospetto di aver preso parte alla fallita congiura per l’uccisione di Hitler.
La presenza dei bicchieri nella casa del Feldmaresciallo Rommel, a Herrlingen (Germania)
Secondo la testimonianza del soldato americano Joseph H. Rose, alla fine della Seconda Guerra Mondiale i bicchieri si trovavano nella cucina di Villa Lindenhof, casa privata di Erwin Rommel a Herrlingen, sulle colline sveve vicino a Ulm. Rose era assegnato come interprete al Quartier Generale del 1° Battaglione, 141° Reggimento di Fanteria, 36ª Divisione dell’esercito americano, che occupò Ulm nell’aprile del 1945.
Dopo la morte di Rommel (14 ottobre 1944), la casa era stata abbandonata dalla famiglia e fu requisita dalle truppe occupanti. In questa casa, il soldato Rose fu alloggiato per oltre un mese.
Rose racconta di aver incontrato Lucie Rommel, la vedova del Feldmaresciallo, nel giardino della casa e di averle chiesto di poter conservare i bicchieri come ricordo della sua permanenza a Ulm. Lucie annui, come se “lasciasse andare un fantasma”. Uno dei bicchieri era il preferito di Rommel, perché “rimaneva freddo anche d’estate”.
Rose portò con sé i bicchieri negli Stati Uniti come souvenir di guerra, li espose nella sua casa e per tutta la vita li mostrò in conferenze e presentazioni pubbliche dedicate ai suoi ricordi bellici. Documentò accuratamente ogni pezzo negli anni della pensione, lasciandoli poi in eredità alla famiglia.

Il racconto del soldato Rose
«Li trovai nella cucina della casa del Feldmaresciallo Rommel.» Così comincia sempre il mio racconto, perché è lì che tutto prende forma nella mia memoria.
Quando la guerra in Europa finì, nella primavera del 1945, non provai l’euforia che avevo immaginato per anni. Fu come espirare dopo aver trattenuto il fiato troppo a lungo: avvertivo un silenzio improvviso, quasi colpevole. Avevo ventun anni, ero traduttore del 141° Reggimento di Fanteria della 36ª Divisione, e mi venne assegnato un alloggio nella casa vuota del feldmaresciallo Erwin Rommel, la Volpe del Deserto. Il nemico più temuto, quello più rispettato.
La casa si trovava a Herrlingen, sulle colline sveve. Era un edificio sobrio, quasi malinconico, circondato da alberi e da un giardino che sembrava aver smesso di aspettare qualcuno. Non c’era nulla di monumentale, nessuna ostentazione, nessun segno dell’arroganza del regime.
Rommel era morto da sei mesi. Costretto al veleno per salvare la sua famiglia. Una scelta nobile, un gesto che la sconfitta non aveva cancellato.

Dormii nel suo letto. Mi rasai davanti al suo specchio. Camminai nel giardino dove aveva camminato lui, negli ultimi giorni della sua vita. In ogni stanza, in ogni oggetto avvertivo una presenza silenziosa che incuteva rispetto.

Fu in quella quotidianità sospesa che li vidi.
I bicchieri.
Erano in cucina, tra le stoviglie lasciate dove la famiglia le aveva abbandonate. Bicchieri da schnapps in cristallo francese Baccarat, finemente modellati, incisi con una delicatezza che oggi raramente si vede. La coppa decorata da un intreccio floreale sembrava filigrana d’argento. Lo stelo, scolpito in nervature di cristallo, dava l’impressione di una spina dorsale trasparente.
Sembravano fragili. Non lo erano. E soprattutto erano intimi.
Erano il servizio personale di un uomo abituato alla disciplina, alla sobrietà, alla misura.
Un giorno, mentre ero seduto in giardino con uno di quei bicchieri tra le mani, la vidi arrivare.
Lucie Rommel. La vedova.
Non protestò per la requisizione. I suoi occhi portavano il peso della decisione del marito e di ciò che quella decisione aveva salvato e, insieme, distrutto. Parlammo nella sua lingua, non come nemici ma come chi condivide una tragedia.
Guardò il bicchiere e disse soltanto:
«Era il suo preferito. Rimaneva freddo anche d’estate.»
Mi chiese sommessamente di entrare nella casa, per la prima volta dopo il suicidio del marito.
«È casa vostra, Signora» le dissi, quasi in tono di scusa. Parve sorpresa: temeva forse un rifiuto. Si aggirò a lungo in quelle stanze, come per un ultimo congedo. Quando uscì il bel volto era rigato di lacrime.
Prima del commiato accennai un saluto, levando verso di lei l’elegante bicchiere, ancora colmo di liquore. Le chiesi se potessi tenerli: non un trofeo ma una memoria da custodire. Lei annuì, come se lasciasse andare l’ombra di un fantasma.
Quando tornai in America, alla fine del 1945, quei bicchieri erano con me, una reliquia silenziosa, protetta nel fardello di un reduce. Negli anni li portai in conferenze, incontri di veterani, commemorazioni. Non per vanto né per mostrare una conquista. Ma per raccontare la storia di un uomo che, nel momento più difficile, aveva scelto l’onore invece della vita.
Molto tempo dopo, quando uno dei bicchieri fu trasferito al Gettysburg Museum of History, i curatori confermarono ciò che avevo sempre saputo: risalivano a circa il 1900, realizzati prima che Baccarat introducesse la firma incisa, nel 1936. Oggetti domestici, personali. Usati ogni giorno dalla famiglia Rommel.
Erano la memoria privata di un eroe di guerra, lontana dalla propaganda. Ricordavano la tragedia morale di un uomo che si oppose a Hitler; il silenzio con cui affrontò il destino imposto dalla tirannide; la compassione di una donna che seppe lasciare andare un ricordo.
E la scelta di un soldato americano che aveva preferito portare a casa una storia, non un trofeo.
Il peso delle scelte umane in tempi disumani.


