IL FESTINO DI SANTA ROSALIA NELLA GENESI DEL «VIAGGIO IN ITALIA»

SANTA ROSALIA - ANTOON VAN DYCK - MADRID - PRADO | GOETHE HAUS PALERMO
Santa Rosalia - Antoon van Dyck - Madrid Prado

Durante il soggiorno a Palermo nella primavera del 1787, Johann Wolfgang von Goethe salì sul Monte Pellegrino, il monte che domina Palermo e che ospita il santuario di Santa Rosalia, la santa eremita venerata come protettrice della città. Nel Viaggio in Italia egli menziona sia il monte sia il culto della santa, testimoniando l’importanza di questo luogo nel paesaggio e nella vita religiosa palermitana.

Il santuario di santa rosalia nel racconto di Johann Wolfgang von Goethe (da Viaggio in Italia, trad. E. Castellani, VI ed., Milano 1997, p. 263 sgg.)

Palermo, 6 aprile 1787

Santa Rosalia, patrona di Palermo, è così universalmente nota grazie alla descrizione della sua festa fatta da Brydone, che gli amici gradiranno certo qualche notizia intorno al luogo preciso che la vede oggetto di particolari onori.

Santa Rosalia – Luca Giordano – Museo del Prado, Madrid

Il grande massiccio roccioso del Monte Pellegrino, più largo che alto, sorge all’estremità di nord-ovest del golfo di Palermo. La sua bella forma non è definibile a parole: ne troviamo una riproduzione imperfetta nel Voyage pittoresque de la Stelle. È costituito di pietra calcarea grigia d’epoca remotissima. Le sue rocce sono completamente spoglie, non vi cresce albero né cespuglio, e solo le propaggini pianeggianti sono scarsamente rivestite di erba e di muschio.

All’inizio del secolo scorso le ossa della santa vennero scoperte in una grotta di questa montagna e trasportate a Palermo. La loro presenza liberò la città dalla peste, e da quel giorno Rosalia diventò la santa protettrice della popolazione; le furono erette cappelle e decretati grandiosi festeggiamenti.

Antoon van Dyck, Santa Rosalia incoronata dagli angeli

Palazzo Abatellis, Palermo

Poiché i fedeli compivano assidui pellegrinaggi sulla montagna, fu costruita con grandi spese una strada che, poggiando su pilastri e arcate come un acquedotto, sale a zigzag fra due pareti di roccia.

Il santuario vero e proprio si addice meglio all’umiltà della pia donna quassù rifugiatasi che non le feste sontuose istituite in onore della sua totale rinuncia al mondo. E forse l’intera cristianità, che da milleottocento anni asside il suo dominio, la sua pompa e i suoi solenni tripudi sulla miseria dei propri fondatori e dei più zelanti seguaci, non conta altri luoghi sacri arredati e venerati con sentimento così schietto e innocente.

Veduta di Palermo con il Monte Pellegrino

Superata la salita, si contorna una sporgenza rocciosa, avendo immediatamente di fronte una ripida parete nella quale chiesa e convento sono per così dire incorporati.

L’ingresso della grotta

L’esterno della chiesa non ha nulla d’invitante né d’attraente; apriamo la porta senza alcuna curiosità, ma appena entrati proviamo una straordinaria sorpresa. Ci troviamo in un vestibolo che corre perpendicolare alla chiesa ed è aperto verso la navata. Qui vediamo le consuete pile dell’acqua benedetta e alcuni confessionali. La navata è un cortile scoperto, chiuso a destra da rocce scabre, a sinistra dalla continuazione del portico, pavimentato da lastre leggermente indi nate per lasciar scorrere l’acqua piovana; più o meno al centro vi si trova una fontanella.

La grotta propriamente detta è stata trasformata in coro, senza toglierle nulla della sua naturale rozzezza. Alcuni gradini portano in alto, ed ecco di fronte a noi il grande leggìo col messale, e ai due lati gli stalli. Tutto è illuminato dalla luce del giorno che penetra dal cortile o dalla navata. Nella profondità della grotta buia si eleva al centro l’altare maggiore.

Il Santuario di Santa Rosalia nel 1700

Come già dissi, la grotta è stata lasciata intatta; ma poiché dalle rocce stilla continuamente acqua, era necessario mantenere il luogo asciutto. Lo si è fatto posando lungo gli spigoli delle rocce delle grondaie di piombo, collegate fra loro da vari raccordi. Larghe in ulto e strette in basso come sono, e tinte d’un color verde sporco, fanno apparire la grotta come tappezzata all’interno di grandi cacti. L’acqua viene immessa, parte lateralmente e parte da dietro, in un limpido bacino, al quale i fedeli attingono per combattere ogni male.

Interno della grotta

Mentre osservavo con attenzione tutto questo, mi s’avvicinò un sacerdote e mi domandò se fossi per caso genovese e desiderassi far dire qualche messa. Io risposi ch’ero giunto a Palermo in compagnia d’un genovese, il quale l’indomani, giorno di festa, intendeva venire quassù, e poiché uno di noi due doveva sempre restare a casa, io ero salito oggi per dare un’occhiata. Egli m’invitò a far tutti i miei comodi, a osservare bene ogni cosa e a dire le mie orazioni. M’indicò in special modo un altare, posto a sinistra nella grotta, come un luogo particolarmente santo, e se n’andò.

Guardando dalle fessure d’una grande cancellata di ottone rabescato, vidi ardere delle lampade sotto l’altare; m’inginocchiai quanto più accosto potei e spiai attraverso gl’interstizi. All’interno c’era un’altra fitta grata di fili d’ottone intrecciati, così che ciò ch’era posto nel fondo si distingueva come dietro la trama d’un velo.

Santa Rosalia – Santuario di Monte Pellegrino,  G. Tedeschi, 1630

Al tenue chiarore di alcuni lumi scorsi una bella figura di giovane donna.

Sembrava come rapita in estasi, gli occhi semichiusi, il capo appoggiato negligentemente alla mano destra carica d’anelli. Non mi saziavo di contemplare quell’immagine; mi sembrava che ne emanasse uno straordinario fascino. Il manto che la riveste è di lamiera dorata e imita benissimo una stoffa riccamente tessuta d’oro. La testa e le mani sono di marmo bianco, non oso dire di stile elevato, tuttavia rese con tanta naturalezza e grazia da far credere che la figura respiri e si muova.

Un angioletto le sta accanto e sembra ventilarla con lo stelo d’un giglio.

Intanto nella grotta erano entrati i sacerdoti, avevano preso posto negli stalli e cantavano i vespri.

Mi sedetti su un banco di fronte all’altare e per un po’ stetti ad ascoltarli; poi tornai a inginocchiarmi presso l’altare e cercai di percepire più chiaramente la bella effigie della santa, abbandonandomi tutto all’affascinante miraggio dell’immagine e del luogo.

Nella grotta ormai taceva il canto dei religiosi; l’acqua continuava a fluire nel bacino presso l’altare, le rocce incombenti del vestibolo e della navata restringevano ancor più la scena. Nel deserto di quella grotta selvaggia, su cui pareva fosse ridiscesa la morte, regnava una grande quiete, una grande purità; l’orpello del culto cattolico e siciliano in particolare riacquistava quasi del tutto la sua semplicità naturale, e l’illusione che si sprigionava dalla figura della bella ad dormentata era ammaliante anche per un occhio esperto del mondo… Insomma, solo a fatica riuscii a strapparmi dal luogo, ed era già notte inoltrata quando feci ritorno a Palermo.

La facciata del Santuario di Santa Rosalia

(Il resoconto della visita al santuario di S. Rosalia era già apparso nel «Teutscher Merkur» dell’ottobre 1788, prima d’essere in incluso nella Italienische Reise. – Patrick Brydone (1740-1818) è un naturalista inglese, che viaggiò in Italia negli anni 1767-71 e raccolse le sue impressioni in due volumi di lettere.)

L’itinerario della visita di Goethe al Santuario di Santa Rosalia

Già in altri passi del Viaggio in Italia Goethe aveva fatto riferimento a Santa Rosalia e alla sua festa: entrando in città da Porta felice aveva osservato che la porta non aveva architrave «…damit der turmhohe Wagen der heiligen Rosalia an dem berühmten Feste durchfahren könne…» («…affinché il carro di Santa Rosalia, alto come una torre, possa passare durante la celebre festa…»).

Con questa osservazione Goethe descrive una porta monumentale della città costruita in modo da permettere il passaggio del grande carro del Festino.

Dal balcone del suo albergo vedeva il promontorio più bello del mondo: «…von dessen Balkon wir das Meer und die Reede, den Rosalienberg und das Ufer überschauten…» («…dal cui balcone dominavamo con lo sguardo il mare e la rada, il monte di Santa Rosalia e la costa…»).

Il monte è chiamato Rosalienberg, cioè “monte di Rosalia”, segno del forte legame tra il paesaggio e il culto della santa.

Immagini del Festino di Santa Rosalia

La processione per le strade di Palermo

L’Estasi di Goethe a Palermo: Il Racconto del Festino di Santa Rosalia

Negli studi su Goethe si sottolinea l’importanza delle riflessioni di Goethe sul culto di Santa Rosalia e del suo Festino nella genesi del «Viaggio in Italia».

Si rileva, infatti, che il resoconto goethiano dedicato a Santa Rosalia non è un episodio marginale, ma uno dei nuclei più antichi e più rivelatori della futura genesi del libro.

Il primo testo pubblicato da Goethe nel Teutscher Merkur di Wieland fu infatti proprio “Aus Rosaliens Heiligthum”, dedicato al santuario di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino, sopra il porto di Palermo (cfr. A. Dröse e J. Robert, Reise-Journal und Journalpoetik. Goethes Bericht aus Rosaliens Heiligthum und die Anfànge der Italienischen Reise in Wielands Teutschem Merkur (1788/89), Università di Tubinga, publikationen.unituebingen.de). La scelta non è casuale: essa colloca fin dall’inizio l’esperienza italiana di Goethe in un punto di incontro fra paesaggio, religione, cultura popolare e riflessione estetica.

Goethe concepì molte delle sue annotazioni italiane non come semplici appunti privati, ma come materiali già orientati verso la pubblicazione periodica. In una nota del diario destinato a Charlotte von Stein, egli dichiara infatti il programma complessivo del proprio osservare:

«Meine Bemerkungen über Menschen, Volk, Staat, Regierung, Natur, Kunst, Gebrauch, Geschichte gehn immer Fort»

(«Le mie osservazioni su uomini, popolo, stato, governo, natura, arte, usi, storia procedono continuamente»: Goethe, Tagebuch der Italienischen Reise 1786, MA 3.1, p. 75).

Questa apertura tematica spiega bene anche il valore del testo su Rosalia. Nel santuario di Monte Pellegrino Goethe non vede soltanto un luogo di devozione locale, ma un punto in cui la religione popolare, la natura e la forma artistica si toccano. Il suo sguardo non è quello del polemista illuminista, come in Brydone, ma quello di chi cerca una verità sensibile dei luoghi. Già la salita al monte assume nel racconto un carattere quasi iniziatico:

«[Der Weg] im Zigzag zwischen zwei Klippen hinauf steigt.»

(«[Il sentiero] sale a zigzag tra due rupi.»)

L’interno del santuario sorprende Goethe non per lo sfarzo, ma per la sua rude immediatezza naturale. Egli insiste sul fatto che alla grotta non sia stato tolto nulla della sua forma originaria:

«…daß man ihr nichts von ihrer natürlichen rauhen Gestalt genommen habe

(«…che non le è stato tolto nulla della sua naturale e aspra forma.»)

Goethe, Rosaliens Heiligthum, MA 3.2.

Il centro del racconto è tuttavia l’apparizione della santa. Attraverso la grata dell’altare laterale Goethe scorge la statua giacente di Rosalia e la descrive con una intensità che sfiora l’incanto erotico:

«Ein schönes Frauenzimmer erblickte ich bei dem Schein einiger stillen Lampen.»

(«Scorsi una bella donna al chiarore di alcune lampade tranquille.»)

Segue la descrizione più famosa:

«Ich konnte das Bild nicht genug betrachten; es schien mir ganz besondere Reize zu haben

(«Non potevo saziarmi di contemplare l’immagine; mi sembrava possedere attrattive del tutto particolari.»)

E ancora:

«…daß man glaubt sie müßte Atem holen und sich bewegen

(«…così che si crede quasi che essa debba respirare e muoversi.»)

Goethe, Rosaliens Heiligthum, dMA 3.2, p. 163 circa.

Il saggio insiste giustamente sul fatto che qui Goethe non sta semplicemente descrivendo una scultura sacra. Egli trasforma la santa in apparizione estetica, quasi in una figura di bellezza sospesa tra arte, religione e sensualità. L’impressione culmina nel gesto di inginocchiarsi non davanti a una manifestazione del divino, ma davanti all’immagine stessa:

«…alsdenn begab ich mich wieder zum Altare, kniete nieder, und suchte das schöne Bild der Heiligen noch deutlicher gewahr zu werden, und überließ mich der reizenden Illusion der Gestalt und des Orts

(«…poi tornai all’altare, mi inginocchiai e cercai di scorgere più distintamente la bella immagine della santa, abbandonandomi alla seducente illusione della figura e del luogo.»)

Goethe, Rosaliens Heiligthum, MA 3.2, p. 163.

Qui sta uno dei punti più originali del testo: la devozione religiosa viene trasposta in esperienza estetica. Non vi è sarcasmo anticattolico, ma neppure una semplice adesione confessionale. Goethe vive il santuario come luogo di una “epifania” mediata dall’arte. Per questo il pellegrinaggio a Santa Rosalia si inserisce in una più ampia ricerca goethiana di una religiosità originaria, naturale, non ancora separata dalla forma sensibile.

Il paesaggio del Monte Pellegrino e la grotta stessa rafforzano questa interpretazione. Goethe annota infatti il silenzio e la purezza del luogo con parole che il saggio interpreta come tracce di una religione arcaica della natura:

«Es war eine große Stille in dieser gleichsam wieder ausgestorbenen Wüste, eine große Reinlichkeit in einer wilden Höhle

(«Vi regnava un grande silenzio in questo deserto, per così dire nuovamente spento; una grande pulizia in una grotta selvaggia.»)

Goethe, Rosaliens Heiligthum, MA 3.2, p. 164.

Nella redazione originaria del Teutscher Merkur Goethe chiudeva poi il testo con un’osservazione oggi molto preziosa, poi soppressa nella versione in volume, che mette in rapporto la propria emozione con la forza d’illusione dell’opera d’arte. Egli arriva a sospettare che l’impressione ricevuta dipenda in parte dalla disposizione d’animo e dal vino siciliano; ma subito si conforta richiamando la testimonianza del Voyage pittoresque, secondo cui la statua sembra quasi viva:

«…que l’on serait tenté de la croire vivante

(«…che si sarebbe tentati di crederla viva.» Jean-Claude Richard de Saint-Non, Voyage Pittoresque, citato da Goethe).

La forza di questo episodio consiste dunque nel doppio movimento che lo anima. Da un lato Goethe si abbandona all’illusione, alla bellezza della santa, alla suggestione del luogo; dall’altro riflette sulle fonti, sulle descrizioni precedenti, sul carattere mediato della propria stessa esperienza. È proprio questa tensione tra impressione immediata e coscienza letteraria che fa di Rosaliens Heiligthum uno dei testi inaugurali dell’Italienische Reise.

Per la storia di Palermo e per la storia della ricezione di Santa Rosalia, questo passo ha anche un valore particolare. Goethe non si limita a registrare l’esistenza del culto: egli restituisce il santuario come esperienza totalizzante, in cui si fondono la roccia del monte, la leggenda della santa, la luce delle lampade, il silenzio della grotta e la statua di Gregorio Tedeschi. Rosalia vi appare non solo come patrona di Palermo, ma come figura di soglia tra culto popolare e religione dell’arte. In tal senso, il suo pellegrinaggio al Monte Pellegrino diventa uno dei momenti più sottili e più profondi del suo incontro con la Sicilia (A. Dröse e J. Robert, Reise-Journal und Journalpoetik, cit., passim).

Goethe Haus Palermo

Un sito sulla straordinaria figura di Goethe.

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